LA STORIA PDF Stampa E-mail
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TORINO FOOTBALL CLUB 1906

Il Torino Football Club 1906 - Torino o, per i tifosi, il Toro - è la società calcistica più importante del Piemonte e una delle più note e importanti a livello nazionale e internazionale.
Fondata come F.C. Torino il 3 dicembre 1906, ridenominata poi A.C. Torino o più semplicemente Torino Calcio, è fallita il 19 agosto 2005 a seguito di un dissesto finanziario, ma essendo stata rifondata il 17 luglio 2005 dapprima con il nome provvisorio di Società Civile Campo Torino, in attesa del "Lodo Petrucci", poi portato a Torino FC poche settimane dopo ad acquisizione compiuta e poco prima dell'inizio della stagione sportiva 2005/2006: per effetto dell'acquisizione dei diritti sportivi tramite il Lodo Petrucci prima, e della denominazione societaria dal tribunale fallimentare poi, la storia sportiva della nuova compagine è da considerarsi a tutti gli effetti nella continuità societaria della prima, che - essendo erede anche dell'Internazionale Torino - attraverso le varie fusioni e rifondazioni, è da alcuni considerata la più antica società d'Italia.
Colori sociali: maglia granata, calzoncini bianchi (talvolta granata), calzettoni neri con risvolto granata; in trasferta maglia bianca, calzoncini granata, calzettoni bianchi.
L'11 giugno 2006 il Torino è ritornato in Serie A: dopo aver terminato il campionato di B 2005-06 al 3° posto, infatti, ha superato la doppia sfida nella finale dei play-off con il Mantova grazie ai risultati di 2-4 e 3-1.
Il 3 dicembre 2006, allo Stadio Olimpico di Torino, il Toro ha festeggiato il Centenario dalla nascita con una grande festa che ha visto sfilare in campo, tra gli applausi dei 25.000 tifosi presenti sugli spalti di uno stadio tutto esaurito, 100 tra gli ex giocatori ed allenatori più rappresentativi
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LA FONDAZIONE

Nella città il gioco del calcio arriva sul finire dell'Ottocento, portato dall'iniziativa di industriali svizzeri ed inglesi. Già nel 1891 nel capoluogo Piemontese la compagine calcistica dell'Internazionale Torino, presieduta dal Duca degli Abruzzi, svolge la sua attività; nel 1894 in città le squadre divennero due, con la fondazione del Football Club Torinese. Il nuovo gioco spopola, soppiantando presto quello del pallone elastico, che al tempo era lo sport con la palla più seguito: nel 1897 è la volta della Ginnastica Torino e della Juventus. Le prime tre, assieme al Genoa, l'8 maggio 1898 nell'ambito dei festeggiamenti in occasione dell'Esposizione Internazionale per i cinquant'anni dello Statuto Albertino, sul campo del Velodromo Umberto I di Torino (nei pressi dell'attuale ospedale Mauriziano) diedero vita al primo Campionato Italiano di Calcio, vinto dai rossoblù genovesi. Nel 1900, l'FC Torinese assorbe l'Internazionale Torino, ma la vera svolta per la squadra, che in quegli anni veste una maglia giallonera a strisce verticali, arriva il 3 dicembre 1906, una gelida sera d'inverno: nella birreria Voigt (oggi bar Norman) di via Pietro Micca, veniva sancita un'alleanza con un gruppo di dissidenti della Juventus, guidati dallo svizzero Alfredo Dick, che non condividevano la svolta verso il professionismo della società bianconera. Dalla fusione tra l'FC Torinese e il citato gruppo di dissidenti nasce il Foot Ball Club Torino (dal 1936 per decisione del regime fascista muta nome in Associazione Calcio); per via delle ascendenze taluni lo considerano la più antica società calcistica d'Italia. Altri considerano tale il Genoa 1893 ed altri ancora la Pro Vercelli 1892.

DAI PRIMI PASSI ALLA GRANDE GUERRA

La nuova società cambia i colori sociali in granata; sui motivi della scelta si narrano varie versioni. Spesso riportata è quella secondo cui lo svizzero Dick sarebbe stato tifoso del Servette, squadra di Ginevra dai colori granata; pare però attendibile anche la versione secondo cui, in onore del Duca presidente onorario, in luogo dei colori arancio-nero a strisce verticali delle divise dell'Internazionale - che con il tempo s'erano sbiadite in giallo-nere, i colori degli Asburgo nemici storici della Casa regnante - fu scelto il colore della Brigata Savoia, che esattamente duecento anni prima, dopo la vittoriosa liberazione di Torino assediata dai francesi, aveva adottato un fazzoletto color del sangue in onore del messaggero caduto per portare la notizia della vittoria. Il primo incontro ufficiale viene giocato già il 16 dicembre 1906, a Vercelli contro la Pro, terminato 3-1 per i granata, di nome ma non di fatto, poiché non disponendo ancora delle nuove casacche vestivano le maglie giallonere ereditate dal FC Torinese. Il primo derby viene con l'anno nuovo, è datato 13 gennaio 1907, e per Alfredo Dick sono subito soddisfazioni: il Toro vince di misura per 2-1, successo poi replicato con un più largo 4-1 un mese più tardi. Campo di gioco per molti anni sarà il già citato velodromo Umberto I. Nel 1912 entra a far parte dello staff tecnico Vittorio Pozzo: con lui nel 1914, in piena epoca di calcio eroico, partecipa addirittura ad una tournée transoceanica, in Sud America, conclusasi con sei vittorie in altrettante partite, contro squadre del calibro della Nazionale argentina e dei brasiliani del Corinthians. Con l'inizio della Grande Guerra viene sospeso anche il campionato di calcio, e questa decisione causerà la prima di una lunga serie di beffe del destino: il campionato 1914/15 viene infatti sospeso ad una giornata dal termine, e il Genoa, che era in testa, dichiarato campione. Nulla da eccepire, viste le cause di forza maggiore: un peccato solo per i granata che, secondi a due lunghezze dalla capolista, nell'ultima avrebbero avuto l'occasione di incontrare proprio i genovesi, che nella partita di andata erano stati battuti per 6-1.In quel periodo, seppur in anni diversi, vestirono la maglia del Toro ben quattro fratelli, i Mosso: quello che oggi può apparire come una curiosità era invece all'epoca una consuetudine abbastanza diffusa.

LA PARTITA PIU' LUNGA

Nella stagione 1920/21 non esisteva ancora il Girone Unico. Lo scudetto veniva assegnato con una formula che oggi potrebbe ricordare quella della Champions League: nell'alta Italia le vincenti di gironi regionali venivano raggruppate in quattro gironi di semifinale; le prime classificate davano quindi vita a scontri diretti per determinare la finalista che avrebbe affrontato la vincente degli analoghi confronti del gruppo centro-sud. Il Torino aveva terminato il suo girone di semifinale a pari merito con il Legnano, e fu necessaria una gara di spareggio. Benché manchino statistiche ufficiali certe, tale partita passerà alla storia per essere stata il più lungo incontro ufficiale disputato in Italia: terminata 1-1 nei tempi regolamentari, il regolamento dell'epoca prevedeva tempi supplementari "ad oltranza". Per sciogliere l'equilibrio si diede seguito a due tempi supplementari, da 30 minuti ciascuno, al termine dei quali il risultato era ancora in parità. L'arbitro fece iniziare un terzo tempo supplementare, ma dopo ulteriori 8 minuti di gioco le squadre, di comune accordo, si arresero, si strinsero cavallerescamente la mano e rinunciarono a proseguire, rinunciando anche a disputare la ripetizione. Lo scudetto quell'anno fu appannaggio della Pro Vercelli, che batté poi il Bologna nella finalissima. Gli anni Venti videro iniziare, dopo la "serie dei Mosso", quella dei fratelli Martin, anche loro quattro. Il più forte sarà Martin II, che con il Toro disputerà 359 gare di campionato.

LA COSTRUZIONE DELLO STADIO FILADELFIA E LO SCUDETTO REVOCATO

La squadra conosce il primo periodo felice della sua storia sotto la presidenza del conte Enrico Marone di Cinzano, che fa anche costruire attorno al "Campo Torino", le prime tribune di quello che poi diventerà lo Stadio Filadelfia, che ospiterà tutti gli incontri interni dei granata fino al 1958, acquista giocatori di prim'ordine per fare subito una squadra molto competitiva, che in attacco poté vantare su un trio dalla potenza micidiale, ai tempi noto come il "trio delle meraviglie": Julio Libonatti, Adolfo Baloncieri e Gino Rossetti. Sotto la sua guida i granata vinceranno il Campionato del 1928, ripetendo il successo dell'anno prima, revocato per il (presunto) tentativo di corruzione del giocatore Allemandi, terzino della Juventus, vicenda nei dettagli oscura ancora oggi: in base a quanto accertato dall'inchiesta il giocatore venne avvicinato da un dirigente granata, il dottor Nani, che avrebbe corrotto il giocatore anticipandogli metà della somma pattuita (50 mila lire), affinché questi "addomesticasse" la partita nello scontro diretto. Per contattare il giocatore Nani si affidò a Francesco Gaudioso, uno studente catanese del Politecnico che alloggiava in una pensione di via Lagrange dove aveva domicilio Allemandi. In quella stessa pensione vi era anche il giornalista del "Tifone" Renato Farminelli, corrispondente da Torino della testata. Il derby si chiuse con la vittoria per 2 a 1 del Torino, ma Allemandi contrariamente ai (presunti) patti si segnalò tra i migliori in campo. Per questo, Nani si rifiutò di pagare le restanti 25 mila lire al calciatore: la discussione che si accese tra i due avviene nella pensione di via Lagrange alla presenza del Gaudioso, venne udita dal giornalista Farminelli che origliava da un'altra camera. Da questo episodo, a fine campionato, ne ricaverà un pepato articolo dal titolo: "C'è del marcio in Danimarca". Questo reportage provocherà le indagini della Federcalcio, il cui presidente era allora Leandro Arpinati, gerarca fascista, nonché podestà della città di Bologna. Poiché fu proprio la squadra del Bologna che arrivò seconda dietro i granata, vi furono e vi sono tuttora sospetti sull'imparzialità con cui vennero condotte le indagini. Anche se, ad onore del vero, va ricordato che lo scudetto restò "non assegnato", e non quindi dato al Bologna come i dirigenti della società felsinea reclamavano. Effettivamente quella che venne considerata la "prova schiacciante" era così fragile da suscitare il dubbio che fosse stata creata ad arte: durante un sopralluogo nella famosa pensione il vice di Arpinati, Giuseppe Zanetti, rinvenne in un cestino dei rifiuti alcuni pezzi di carta, che uniti risultarono essere una lettera nella quale Allemandi reclamava il pagamento a saldo delle 25 mila lire. Il direttorio Federale, riunito nella Casa del Fascio, revocò lo scudetto al Torino e squalificò a vita Allemandi (che nell'estate era passato dalla Juventus all'Ambrosiana). In seguito alla vittoria della Nazionale Italiana della medaglia di bronzo alle Olimpiadi del 1928 il giocatore godrà poi di un'amnistia, mentre dello scudetto revocato non se ne fece più nulla, neanche quando - durante i funerali del Grande Torino - ne venne promessa la riassegnazione.

LA PRIMA COPPA ITALIA

Complice l'abbandono del conte Cinzano prima, e l'emergere della Juventus dei cinque scudetti consecutivi, per il Torino inizia un lento declino che nei primi anni Trenta lo portò ad accontentarsi di piazzamenti a centro classifica.
Tuttavia, a partire dalla
stagione 1935-36 iniziò una rinascita, che getterà le basi per il periodo d'oro che sarebbe stato poi rappresentato dal "Grande Torino": quell'anno il Torino conclude al terzo posto, dietro al Bologna (all'epoca una delle migliori formazioni d'Europa) e della Roma, ma soprattutto proprio nell'anno di esordio della manifestazione arriva la prima Coppa Italia. Il successo finale arriva contro i grigi dell'Alessandria, battuti a Genova per 5-1. Nella stagione 1936/37, cambiato il nome in "Associazione Calcio" per imposizione del regime fascista (che non tollerava la presenza di parole straniere), il Torino termina il campionato al terzo posto, nel 1938/39 al secondo.

IL GRANDE TORINO

Il momento più fulgido è però quello rappresentato dal Grande Torino, una squadra imbattibile, capace di vincere 5 titoli consecutivi (se non si considera l'interruzione del Campionato Alta Italia del 1943-44 vinto dai VV.F. Spezia) tra il 1942 e il 1949, e una Coppa Italia nel 1943 (e, grazie a questo successo, il Toro fu la prima squadra a centrare l'ambitissima accoppiata Scudetto-Coppa Italia nella stessa stagione). Asse portante della Nazionale di quegli anni, il Grande Torino riuscì a portare anche 10 giocatori contemporaneamente in campo in azzurro. Capitano e leader indiscusso di quella formazione era Valentino Mazzola, padre di Ferruccio e Sandro che poi percorreranno le orme paterne diventando anch'essi calciatori. La formazione tipo, che tutti gli sportivi italiani conoscevano a memoria, era: Bacigalupo; Ballarin, Maroso; Grezar, Rigamonti, Castigliano; Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola. Il ciclo di vittorie viene bruscamente interrotto il 4 maggio del 1949, quando l'aereo che trasportava l'intera squadra, di ritorno da una amichevole giocata a Lisbona, a causa di una fitta nebbia e di un guasto all'altimetro, andò ad infrangersi contro il muraglione posteriore della Basilica di Superga. In quel terribile incidente aereo, rimasto nel cuore dei torinesi come la "Tragedia di Superga, oltre all'intera squadra, titolari e riserve, perirono due dirigenti(Agnisetta e Civalleri), i tecnici Egri-Erbstein e Leslie Lievesley,il massaggiatore Cortina e tre giornalisti al seguito, Luigi Cavallero, Renato Tosatti e Renato Casalbore.

GLI ANNI 70

A questa grave tragedia seguiranno anni difficili per il sodalizio torinese. Il lento declino porterà nel 1959 la prima retrocessione in serie B, avvenuta con la denominazione: Talmone Torino). La permanenza nella serie cadetta durerà una sola stagione, già nel campionato 1960/61 il Torino rientra nella massima serie nazionale. Nel 1963 assume la presidenza Pianelli. Per ritrovare la squadra protagonista occorrerà aspettare l'avvento di uno dei giocatori che diverranno icona per i tifosi del Toro: Gigi Meroni, soprannominato "la farfalla granata". Già nel campionato 1964/65 la squadra, guidata da Nereo Rocco, giungerà al 3° posto. La parabola del Toro di Meroni si conclude tragicamente il 15 ottobre del 1967. Il giocatore granata, al termine del match di campionato giocato contro al Sampdoria, mentre attraversava la strada in Corso Re Umberto I° verrà travolto ed ucciso da una autovettura. Il Torino, questa volta, rimane tra le protagoniste della serie A concludendo quel campionato al 7° posto. Quella stessa stagione giungerà anche il trionfo nell Coppa Italia. La ricostruzione di un squadra vincente, avviata dalla presidenza Pianelli, prosegue e nel 1971 si aggiungerà alla bacheca dei trofei granata una nuova Coppa Italia. Nel campionato 1971/72 il Toro giungerà al 2° posto, distanziato di 1 solo punto dai "cugini" della Juventus. Nelle successive tre stagioni seguiranno piazzamenti tra le prime che saranno il preludio per la conquista di quello che sarà il 7° scudetto della storia.
Lo scudetto viene conquistato nella stagione 1975/76, al termine di una rimonta entusiasmante ai danni della Juventus di "Carletto" Parola, la quale in primavera era giunta ad avere cinque punti di vantaggio sui granata. Ma tre sconfitte consecutive dei bianconeri, la seconda delle quali proprio nel derby di ritorno, consentono al Toro il clamoroso sorpasso. All'ultima giornata si arriva col Torino in vantaggio di un punto e, fino ad allora, sempre vittorioso in casa. Ospite al Comunale il Cesena di Pippo Marchioro: i granata non vanno oltre il pareggio, ma la Juve cade a Perugia. Il titolo tricolore viene vinto con due punti di vantaggio sui cugini: 27 anni dopo Superga.
La sfida si ripete l'anno seguente in un campionato appassionante e combattuto che vede il Toro terminare secondo a 50 punti contro i 51 della Juventus (record per il campionato a sedici squadre).
Nel 1978 il Torino arriva di nuovo secondo (a pari merito col sorprendente Lanerossi Vicenza di Paolo Rossi), ancora dietro alla Juventus ma più staccato; negli anni successivi, pur rimanendo tra le prime, la squadra avvia un lento declino e non riuscirà più a ripetere questi risultati, con l'eccezione del secondo posto del campionato 1984-85, dietro al Verona di Bagnoli.

CADUTA E RINASCITA

Al termine del campionato 1988-89 il Torino torna in serie B per la seconda volta nella sua storia. La serie cadetta sembra rigenerare la squadra, che dopo una pronta risalita campionato 1989-90, vive un'entusiasmante stagione al suo ritorno in Serie A. Sotto la guida dell'allenatore Emiliano Mondonico si qualifica per la Coppa Uefa, giungendo proprio davanti ai cugini della Juventus che, a sorpresa, restano fuori dalle Coppe europee per la prima volta dopo ventotto anni (1963-1991). La cavalcata europea della stagione campionato 1991-92 è quasi inarrestabile: i granata arrivano alla finale eliminando, tra le altre, il mitico Real Madrid. La finale con l'Ajax, un altro mito del calcio mondiale, appare quasi stregato: dopo il 2-2 nella gara di andata a Torino, ad Amsterdam finisce 0-0, con tre legni colpiti dal Toro e un presunto rigore reclamato dai granata che farà infuriare l'allenatore Mondonico che si sfoga alzando la sedia al cielo d'Olanda, immagine che rimarrà impressa nella storia del Toro. Questa splendida stagione, forse la migliore dopo quella dell'ultimo scudetto, si concluderà con un prestigioso 3° posto in campionato. L'appuntamento con la vittoria è solo differito di un anno. La quinta coppa Italia si aggiungerà al palmares nella stagione campionato 1992-93 ai danni della Roma. Sarà anche questa un'altra finale incandescente, dopo il 3-0 in casa granata che sembrava chiudere la contesa, nel ritorno in casa giallorossa si assisterà ad una palpitante partita che vedrà prevalere 5-2 la Roma, grazie anche a ben 3 calci di rigore concessi dall'arbitro. In virtù della regola che vuole che, in caso di parità, le reti in trasferta valgano "doppio", il Toro vincerà il trofeo, beffando i capitolini nello stesso modo in cui l'Ajax li beffò l'anno precedente.

LA CRISI

Ma la conquista della coppa Italia aveva basi fragili: vengono a galla numerosi falsi in bilancio commessi dalla società (tra cui la parziale vendita "in nero" del giocatore Lentini al Milan) che portano il Torino ad un passo dalla bancarotta. Negli anni si succedono impianti societari disastrosi che, in poco tempo, riescono a disfare il da sempre prolifico settore giovanile, ed a chiudere e poi demolire lo storico Stadio Filadelfia, vero e proprio tempio granata, di cui oggi si conservano solo resti e, ambiziosi, progetti di ricostruzione. La società, evitato per un soffio il fallimento, cambia presidente e allenatore ma i risultati continuano a peggiorare: nel 1995 un derby perso 5-0 costa il posto all'allenatore Sonetti e al termine della stagione la squadra retrocede in serie B per la terza volta. Il ritorno in serie A dopo uno spareggio perso ai rigori contro il Perugia nel 1997/98 (3-5 a Reggio Emilia, con gli umbri promossi in serie A) avviene nel 1998/99, a seguito di una esaltante stagione (per la terza volta nella storia 1° posto finale nella serie cadetta), suggellata dalla vittoria dell'attaccante Marco Ferrante nella speciale classifica dei migliori marcatori. Anche questa illusione gloria si rivelerà effimera. Già al termine della stagione 1999/2000 il Toro retrocederà nuovamente nella serie cadetta. Comincierà un periodo di "sali-scendi" tra le due serie che in pochi anni porterà altre due retrocessioni, l'ultima al termine del campionato 2002-2003.
Nei tempi del calcio moderno il Toro perde la sua identità: speculatori e affaristi si danno il cambio ai vertici della società, che non trova più posto né fra le grandi ricche del calcio, né fra le piccole emergenti, eccezion fatta per la stagione 2001-2002 al termine della quale, dopo aver disputato un campionato più che discreto , il Toro ottiene una tranquilla "salvezza" e ottiene anche qualificazione in Coppa Intertoto, torneo di qualificazione internazionale alla più prestigiosa Coppa UEFA, dalla quale uscirà però al terzo turno. In questo periodo buio, l'identità del Torino Calcio viene mantenuta in vita dai suoi tifosi: unica nella storia del tifo è la marcia popolare (50.000 persone secondo gli organizzatori) che il 4 maggio del 2003, all'indomani di un'ennesima retrocessione in serie B, affollerà le strade della capoluogo subalpino, partendo dai resti del Filadelfia, passano davanti la lapide commemorativa di Gigi Meroni, piazza San Carlo, giungendo finalmente alla lapide dei grandi di Superga. Questo sarà il segno tangibile di un'incredibile e ostinata passione, anni prima definita "tremendismo" dal noto scrittore e poeta Giovanni Arpino. L'ultima soddisfazione in serie A, per i tifosi del Toro, risale a un incredibile derby di andata con i cugini bianconeri disputato nella stagione campionato 2001-2002, quando il Toro, sotto di tre gol alla fine del primo tempo, riuscirà incredibilmente a pareggiare il match. Il 26 giugno 2005 in uno stadio stracolmo il Torino festeggia il ritorno in Serie A, in una sorta di nemesi dello spareggio del 1998, contro il Perugia al termine dei playoff. Ma la gioia dura poco: i pesanti debiti che la società ha accumulato nel corso delle ultime gestioni fanno sì che venga negata al Toro l'iscrizione al Campionato di Serie A, costringendo i granata ad attendere gli esiti dei ricorsi presso la giustizia sportiva e amministrativa. Tali ricorsi risulteranno negativi, dopo ben 5 gradi di giudizio e altrettante bocciature nell'arco di 40 lunghissimi ed estenuanti giorni, a fronte di una mancata presentazione - da parte dell'azionista di maggioranza - della fidejussione necessaria a garantire la copertura delle precedenti ed accumulate insolvenze per debiti pendenti con l'erario, il 9 agosto 2005 il Torino Calcio viene dichiarato in via definitiva non idoneo all'iscrizione del Campionato suddetto, cosicché dopo ben 99 anni di storia memorabile viene sancito l'inevitabile fallimento della società granata, con la susseguente cancellazione dal panorama calcistico.

DA TORINO CALCIO A TORINO FOOTBAL CLUB

In seguito a questa situazione deficitaria, mai così drasticamente provata in passato dal Torino Calcio, una nuova cordata d'imprenditori facenti capo all'avv. Pierluigi Marengo (tra i più conosciuti Sergio Rodda, Manlio Collino, Gianni Bellino, Alex Carrera), ma con limitate risorse finanziarie, si fa carico di far rinascere una nuova entità professionistica e, attraverso la creazione della Società Civile Campo Torino (la denominazione è presa dall'antico nome dello Stadio Filadelfia), il 19 luglio presenta la domanda per l'ammissione al Lodo Petrucci, che garantisce il trasferimento alla nuova società del titolo e dei meriti sportivi, in modo da evitare di dover ripartire dalla serie C, ed avvia le pratiche per l'iscrizione al Campionato di Serie B. Una prima proposta economica viene però ritenuta insufficiente dalla FIGC: alla cordata si aggiunge quindi anche la sponsorizzazione della municipalizzata SMAT (società che gestisce l'acquedotto torinese), completando così l'iter burocratico. Il 16 agosto 2005 finalmente, la FIGC affida ufficialmente alla SCC Torino il titolo sportivo del Torino Calcio: la nuova dirigenza, ripartendo completamente da zero, acquisisce quindi l'onere e l'onore di rifondare tutto l'organigramma societario, nonché l'organico dei giocatori e dei relativi dipendenti del Club. Il 19 agosto, nel bar Norman (noto un tempo come birreria Voigt, lo stesso luogo delle origini), durante la conferenza stampa che avrebbe dovuto vedere la presentazione del nuovo organigramma societario, viene invece annunciato che la proprietà verrà ceduta all'editore-pubblicitario alessandrino Urbano Cairo, che il giorno prima aveva lanciato una proposta di acquisto. Quando tutto sembra concluso per il passaggio ad un imprenditore facoltoso, il 22 agosto, Luca Giovannone, un imprenditore laziale di Ceccano (FR) che con 180.000 Euro aveva contribuito a finanziare il Lodo, facendosi forte di una scrittura privata (avuta dal presidente dei cosiddetti Lodisti) che gli garantiva il 51% delle azioni del nuovo Toro, si rifiuta di vendere. In un continuo tira-molla interviene anche il sindaco Sergio Chiamparino: il 24 agosto Giovannone si dichiara disposto a passare la mano, poi cambia di nuovo idea (facendo infuriare i tifosi, che già avevano acclamato Cairo nuovo presidente), fugge dalla città e diviene irreperibile. Rintracciato in un albergo a Moncalieri, poi assediato dai tifosi, rifiuta il tentativo di mediazione offerto dal Sindaco e dal Prefetto e, scortato dalla polizia, lascia la città. Il 26 agosto l'assemblea dei soci della SCC Torino delibera l'aumento di capitale a 10 milioni di Euro, e crea ufficialmente il Torino Football Club Srl con capitale da versare interamente entro il 31 agosto, giorno in cui, quasi alla mezzanotte, e dopo una lunga e estenuante trattativa, Giovannone cede: il 2 settembre viene firmato l'atto notarile e Cairo diventa il secondo presidente della storia del nuovo Toro (dopo l'avvocato Marengo); il fil rouge della storia granata verrà poi compiutamente raccolto il 12 luglio 2006 quando Cairo acquista all'asta fallimentare per 1 milione e 411 mila euro il marchio del "vecchio" Torino, con le coppe e i cimeli del Grande Torino, accogliendo così le richieste che tifosi e personalità cittadine avevano lanciato, consentendo così di programmare pienamente i festeggiamenti per il Centenario, non solo nella continuità sportiva, ma anche in quella societaria. La squadra fa il suo esordio appena 7 giorni dopo, rinforzata con gli ultimi innesti (alcuni dei quali acquistati la sera prima), esordendo vittoriosamente contro l'Albinoleffe. In un crescendo di entusiasmo i giocatori granata terminano la stagione 2005/06 al terzo posto, conquistando i play-off, vinti contro Cesena (1-1, 1-0) e Mantova (2-4, 3-1 dts).

STAGIONE 2006-2007

Il ritorno nella massima serie, complice le numerose penalizzazioni dovute a "Calciopoli", è colmo di speranze per un piazzamento onorevole: gli innesti paiono essere addirittura di altissimo rango (Abbiati, Fiore e il campione del mondo Barone su tutti) ma la realtà del campo costringe a prendere atto che la squadra fatica a produrre gioco, esibendosi in maniera approssimativa anche nelle amichevoli con squadre di categorie inferiori, e uscendo prestissimo dalla Coppa Italia, già al secondo turno, ad opera del Crotone. Gianni De Biasi viene esonerato prima ancora che il campionato inizi, anche per dissapori con la dirigenza, e al suo posto viene chiamato Alberto Zaccheroni; la squadra seguita a non migliorare, anche se qualche vittoria anche arriva, come quella occorsa contro l'Empoli il 3 dicembre 2006, giorno in cui veniva celebrato il Centenario dalla Fondazione. Tuttavia dopo fasi di alterne fortune in cui la squadra vivacchia a metà classifica, all'inizio del girone di ritorno infila 6 sconfitte consecutive, che costano la panchina anche a Zaccheroni. Al suo posto viene richiamato De Biasi, che riesce in qualche modo a concludere il campionato salvando il Torino dalla retrocessione con una giornata d'anticipo grazie al successo per 1-0 contro la Roma, goal determinante del "veterano" Roberto Muzzi. La maggiore se non unica nota positiva è rappresentata dalla grande annata del giovane trequartista Alessandro Rosina, che si conferma per tutta la stagione il maggior finalizzatore (9 reti) e manifesta un talento di grandi prospettive.

STAGIONE 2007-2008

Il secondo "miracolo" consecutivo del tecnico veneto non è però sufficiente a garantirgli la conferma: per la stagione 2007-2008 infatti il presidente Urbano Cairo opta per una rifondazione della squadra, ristrutturando i vertici societari con l'arrivo di Stefano Antonelli (un ex procuratore) come amministratore delegato e di Fabio Lupo come direttore sportivo e chiamando sulla panchina granata Walter Alfredo Novellino, al quale viene affidata una rosa nuova di zecca, con ben 14 nuovi arrivi tra i quali Eugenio Corini, Cesare Natali e Nicola Ventola, oltre a David Di Michele, sul quale però pesava una squalifica di tre mesi per via di alcune scommesse vietate, effettuate al tempo in cui militava ancora nell'Udinese, ed all' uruguagio Alvaro Recoba, giunto in prestito dall'Inter, che già ai tempi del Venezia aveva militato con ottimi risultati agli ordini di Novellino. Preziosissima si rivela l'acquisizione del portiere Matteo Sereni, finito ai margini nella sua esperienza alla Lazio, a causa di dissapori col presidente Claudio Lotito. Nel frattempo il gioiellino granata Alessandro Rosina è il primo calciatore del Torino a vestire la casacca della Nazionale da titolare dopo Antonino Asta, in occasione dell'amichevole contro la nazionale del Sud Africa.
Il girone di andata si chiude in un modo piuttosto deludente per la squadra granata: i punti sono 17, frutto di solo 2 vittorie, 6 sconfitte e ben 11 pareggi. Per rimediare alla spiacevole situazione, nella sessione di mercato di gennaio vengono acquistati dal Palermo il terzino sinistro
Marco Pisano e il laterale destro Aimo Stefano Diana; scelte che giovano all'undici del Torino, che nelle prime 8 partite del girone di ritorno è imbattuto con 3 vittorie e 5 pareggi. Ma subito dopo inspiegabilmente il Torino precipita in un brutto tunnel di risultati negativi, e dopo sei sconfitte in sette gare, l'ultima quella in trasferta in casa del Genoa, il 16 aprile 2008: così, a cinque giornate dalle fine, il presidente Cairo esonera l'allenatore Novellino, accusato di aver perso il controllo della squadra; al suo posto, viene richiamato per la terza volta in tre anni sulla panchina granata Gianni De Biasi, con il Torino nuovamente costretto a lottare per la salvezza, nonostante gli auspici di inizio stagione.
Le ultime giornate vedono il Torino affrontare nell'ordine Inter e Roma (che si giocano lo scudetto), Napoli, Livorno e Fiorentina: contro i nerazzurri i granata giocano una sfida eccellente, creando numerose palle gol, ma difettano decisamente in mira e in fortuna, che arride invece all'Inter, capace di sfruttare al meglio una delle poche occasioni; contro i giallorossi il Torino che all'Olimpico di Roma sognava di ripetere il "colpo gobbo", che l'anno precedente valse praticamente la salvezza, è invece pesantemente travolto (4-1): di Nicola Ventola, subentrato nell'ultimo quarto d'ora, il gol della bandiera. La sfida all'Olimpico di Torino contro il Napoli assume quindi i contorni da "ultima spiaggia": se il Torino non dovesse vincere si ritroverà in terz'ultima posizione. Il tecnico De Biasi riesce a motivare i giocatori che, proprio nel giorno commemorativo della
Tragedia di Superga, riescono a battere i partenopei con un gol di Rosina su rigore e uno di Di Michele su azione: 2 a 1 per il Torino che, raggiungendo quota 37 punti, può sperare di agguantare la salvezza a Livorno, nella penultima giornata di campionato.
Un complicato intreccio di possibili risultati contemporanei darebbero la salvezza anche solo con un pareggio. A Livorno la gara è nervosa, ma quando Rosina al 41' del primo tempo segna la rete della vittoria sui toscani, non servirà più la
radiolina: il Torino pensa soltanto a controllare la gara, che condanna all'oblio della B gli amaranto. Nell'ultima partita della stagione il Torino è sconfitto in casa dalla Fiorentina, in gol con Osvaldo che, in uno stadio tutto esaurito essendovi "gemellaggio" tra le tifoserie, festeggia anche la qualificazione in Champions League. La squadra granata termina il campionato 2007-2008 a 40 punti, al 15° posto.

 
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